Giuseppe Berto - Associazione Culturale

Cinema

CINEMA

Non priva di rilievo è stata l’attività di autore, soggettista e sceneggiatore cinematografico di Giuseppe Berto.

Lo scrittore veneto era approdato al cinema non per caso, ma per l’intuizione felice dell’autore-attore Leopoldo Trieste che andò a “scovarlo” a Mogliano Veneto, cittadina dell’hinterland veneziano nella quale era nato e viveva, dopo essere rimasto affascinato dal ritmo cinematografico di una sua novella, pubblicata dalla rivista “Maestrale”.
“Mi aveva colpito questa novella, che mi era parsa non solo ben dialogata ma anche molto visiva, cinematografica” raccontò poi Trieste.

Inizia così nel 1947, prima ancora che sia pubblicato il suo romanzo d’esordio, “Il cielo è rosso”, il rapporto tormentato e complesso, quasi di odio-amore, di Berto col mondo della celluloide, che lui affronta, al pari di molti altri intellettuali, principalmente come fonte di guadagno.

“Io che non lavoro volentieri né frequentemente per il cinema”, afferma, ad esempio, Berto nella breve introduzione al testo di “Anonimo Veneziano”, o ancora, nel “Male oscuro” dove scrive “Intanto io corro a casa a lavorare perché quel disgraziato di un produttore ha detto che non scucirà un soldo se non gli porto almeno ventiquattro cartelle…”.

Nella realtà dei fatti il legame che ne scaturisce è importante e profondo, tanto da durare oltre trent’anni, nel corso dei quali Giuseppe Berto si occupa non solo di soggetti e sceneggiature, ma anche di adattamenti, trasposizioni, di critica, senza riuscire a coronare la probabile aspettativa di cimentarsi con la regia.

"Il cinema per il giovane Berto, che aveva pubblicato un libro di successo ma ancora non sapeva come guadagnarsi da vivere, rappresentò assieme al giornalismo l'opportunità per non tornare a scuola a insegnare, anzi per andare a vivere nella capitale condividendo le giornate con attori, registi e altri giovani scrittori come lui. La scrittura - sottolinea Cesare De Michelis, presidente dell'Associazione Giuseppe Berto - in quel contesto così vivace ed eccitato diventava un lavoro, un modo di prestare la propria opera a una impresa che era il risultato di una serie di collaborazioni, nessuna sufficiente, ma tutte utili se non necessarie; una scrittura "alimentare" che non condivideva con quell'altra che si esercitava in solitudine. Eppure anche nella scrittura per il cinema tornano spesso gli stessi temi cari a Berto, le medesime passioni, come se non gli fosse davvero possibile essere diverso da quello che era."

Partendo dalla sceneggiatura di Eleonora Duse cui collabora nel 1947, il nome di Berto si trova nei titoli di testa di film fino al 1976, due anni prima della sua scomparsa, con Oh Serafina di Alberto Lattuada e Per amore di Mino Giarda. Collabora, tra gli altri, con Cesare Zavattini per il Cielo è rosso di Claudio Gora, nel 1949, con Dino Risi per Anna di Alberto Lattuada del 1951 (il primo film italiano a superare il miliardo di incasso), con Piero Germi e Sergio Amidei per Gelosia dello stesso Germi del 1953, con Pier Paolo Pasolini per Morte di un amico, di Franco Rossi del 1959, con Alberto Bevilacqua e Leonardo Sciascia per La smania adesso, di Marcello Andrei del 1963, con Enrico Maria Salerno per Anonimo veneziano, dello stesso Salerno del 1970, e per Cari genitori, del 1973, assieme a Lina Wertmuller.

Infine, sette furono le opere di Berto oggetto di trasposizione cinematografica, Il cielo è rosso, di Claudio Gora, 1950, Il brigante, di Renato Castellani, 1961, Togli le gambe dal parabrezza, di Massimo Franciosa, 1969, Anonimo veneziano, di Enrico Maria Salerno, 1970, La cosa buffa, di Aldo Lago, 1972, Oh, Serafina, di Alberto Lattuada, 1976 e Il male oscuro, di Mario Monicelli, 1990.